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Mag 31

La rinuncia al nucleare dovuta alla votazione di un referendum e l’opposizione al carbone rendono la situazione energetica italiana alquanto strana in ambito internazionale: siamo il Paese più dipendente dalle importazioni (14% contro una media europea del 2%) e l’unico che produce ben il 50% dell’energia elettrica bruciando olio e gas.

In un contesto europeo che, invece, impone la necessità di convergere su strategie comuni. Nel panorama energetico europeo, l’Italia si contraddistingue per alcune anomalie sulle quali è opportuno riflettere ben più di quanto si faccia.
Anomalie. Non caratteristiche o differenze che dir si voglia.

Differenze, infatti, sono sempre presenti tra Paesi diversi e - per l’energia - riguardano il grado di autosufficienza, il ruolo delle diverse fonti, l’incidenza delle rinnovabili, la struttura della generazione elettrica e dei consumi finali, il livello di efficienza e altro ancora. Tali differenze sono il frutto di una serie infinita di variabili (geografiche, storiche, socio-economiche) e sono non solo inevitabili, ma anche positive, poiché - se opportunamente sfruttate - contribuiscono a rafforzare l’integrazione energetica dell’Unione.

Il problema non è quindi nelle differenze, ma nella necessità di convergere sulle strategie di base.
Strategie che dovrebbero tutte mirare agli interessi comuni e che sono state chiaramente indicate dalla Commissione Europea in tre punti:

- sostenibilità ambientale
- esigenza di ridurre i costi per salvaguardare la competitività
- sicurezza degli approvvigionamenti.

Da questo punto di vista risaltano le anomalie italiane.

La anomalia: eccessiva dipendenza dal gas

A parte gli usi ancora “obbligati” dei prodotti petroliferi (autotrasporto), da anni l’Italia punta tutto sul gas, pur non disponendo di grandi giacimenti di questa materia prima (l’85% del gas che consumiamo è importato).
Dopo la prima crisi energetica degli anni ‘70 tutti i Paesi industrializzati si sono posti l’obiettivo di sostituire il petrolio con altre fonti. E lo hanno fatto, puntando su un mix equilibrato di fonti diverse (Fig. 1). In Italia la sostituzione dell’olio combustibile è progressivamente avvenuta solo con il gas. Si è così generata una nuova e più pericolosa forma di dipendenza, poiché, in attesa che si riesca a realizzare le infrastrutture per importare adeguati quantitativi di gas liquefatto (GNL), le importazioni hanno scarse possibilità di essere diversificate, essendo legate a lunghi e rigidi gasdotti.

2a anomalia: produzione elettrica da idrocarburi

In tutta Europa, siamo l’unico Paese a generare energia elettrica bruciando prevalentemente olio e gas (50% contro una media europea del 26%), laddove gli altri Paesi utilizzano nucleare e carbone (56%). Anche per questa ragione siamo di gran lunga il Paese che maggiormente ricorre alle importazioni (14%, contro una media degli altri Paesi del 2%).

Nell’impossibilità di ricorrere al nucleare, la via più ragionevole per aumentare la sicurezza energetica del nostro Paese è incrementare il ricorso al carbone pulito. Cosa che comporta numerosi benefici:
- significativa riduzione del costo medio di generazione del kWh
- minore esposizione verso il gas
- riduzione dell’impatto ambientale (le emissioni inquinanti dei nuovi impianti a carbone sono molto inferiori degli impianti che vanno a sostituire)
- maggiore sicurezza negli approvvigionamenti (il carbone è una fonte abbondante, diffusa in molte aree stabili da un punto di vista geopolitico).

In un ottica di benefici per il Paese, è quindi difficile comprendere l’opposizione alla conversione a carbone delle centrali programmata da Enel. Tanto più che tale conversione (Civitavecchia e, successivamente, Porto Tolle) apporterà sensibili benefici, ma non capovolgerà certo la situazione. La quota di produzione elettrica da carbone, infatti, resterà comunque inferiore alla media europea e di gran lunga minore a quella di Paesi, come la Germania o la Danimarca, considerati “verdi” dall’opinione pubblica (la Germania copre con il carbone il 50% della propria produzione elettrica e la Danimarca il 46%).

Tratto da Enel.it